Ipertensione arteriosa
Home » Blog » Ipertensione arteriosa IPERTENSIONE ARTERIOSA IPERTENSIONE ARTERIOSA “DALLA MISURAZIONE ALLO STILE DI VITA” NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Pubblicato il: 24 luglio 2024 Definizione e misurazione Si definisce ipertensione arteriosa la condizione per cui i valori della pressione sanguigna sono uguali o superiori a 140mmHg di sistolica e 90mmHg di diastolica. Questi valori devono essere rilevati prestando attenzione a diversi aspetti, partendo dalla posizione adottata. Per una corretta misurazione è consigliato sedersi in una posizione comoda, con il braccio posizionato su una superficie solida, come potrebbe essere un tavolo. È consigliato aspettare qualche minuto da quando si assume la posizione all’effettiva misurazione, evitando di avere fonti di agitazione vicine (come ad esempio il cellulare). Altri consigli per una corretta misurazione sono quelli di procedere a vescica vuota, e di eseguire più misurazioni a intervallo di qualche minuto in entrambi i lati, in quanto potrebbe presentarsi una differenza fisiologica fino a 10mmHg. Quando misurare la pressione arteriosa? I momenti della giornata in cui misurare la pressione sanguigna sono tre: a 10-15 minuti dal risveglio, verso metà pomeriggio e un’ultima volta prima di coricarsi. L’ipertensione border-line L’ipertensione border-line è una condizione in cui i valori della pressione sono al limite superiore alla norma, la pressione sistolica ha valori tra 130-138mmHg e la pressione diastolica tra 85-89mmHg. Stile di vita e ipertensione border-line La relazione esistente tra lo stile di vita adottato e l’ipertensione border-line è molto forte. Per questo motivo, una modifica dell’alimentazione, la riduzione del sale consumato, l’esercizio fisico regolare, la riduzione dello stress e il miglioramento della qualità del sonno sono aspetti significativi. Avere accortezza in queste scelte quotidiane ha un’elevata probabilità di riuscire a normalizzare i valori della pressione sanguigna in persone che soffrono di ipertensione lieve, mentre è in grado di abbassare i valori medi negli individui che riscontrano ipertensione di grado moderato-severo. Gli studi in letteratura hanno inoltre dimostrato che la pressione arteriosa sistolica può diminuire conseguente alla perdita di peso, si parla di circa 1mmHg per ogni chilogrammo perso. Per fare un esempio, supponiamo che una persona sia sovrappeso di circa 10Kg e inizi a sviluppare ipertensione arteriosa di tipo lieve (pressione sistolica 140hhMg e pressione diastolica 90mmHg). La perdita dei 10Kg di sovrappeso potrebbe portare a una riduzione di 10hhHg nella pressione arteriosa, così da riportare alla normalità i valori pressori senza l’utilizzo di farmaci. Un’alimentazione adatta ad abbassare i valori pressori Un consiglio generale per abbassare i valori pressori è quello di adottare un regime alimentare equilibrato. Vediamo insieme qualche consiglio per un’alimentazione equilibrata. Uno dei regimi raccomandati è il Dietary Approaches to Stop Hypertension (DASH) e prevede la consumazione di carboidrati e proteine di qualità, oltre a una limitazione nel consumo di sodio. Con “carboidrati di qualità” si intende la consumazione di cereali, preferibilmente integrali e in chicco, come riso integrale, quinoa, sorgo, avena, farro, orzo, miglio e pasta di grani antichi o integrale. Un buon consiglio è quello di limitare le tre “P”: pane, pasta e pizza. Questi cibi possono essere consumati liberamente se sono noti gli ingredienti di produzione, sarebbe bene infatti preferire l’utilizzo del lievito madre rispetto al lievito chimico e farine biologiche e integrali piuttosto che farine raffinate e della grande distribuzione. Carboidrati raffinati come pane bianco, dolci, bevande zuccherate, merendine confezionate e biscotti andrebbero invece evitati. Per “proteine di qualità” ci si riferisce invece a legumi, pesce preferibilmente azzurro e carni bianche. Anche limitare il consumo di sodio è di fondamentale importanza, dovrebbe infatti limitarsi a meno di 2300mg al die (circa un cucchiaino da caffè). Questa sostanza si trova in molti cibi confezionati e processati nella grande catena di distribuzione alimentare, come ad esempio brodi e zuppe in scatola, piatti pronti surgelati, salse, merendine salate, patatine, cracker ma anche nei salumi e nel fast-food in generale. Per provare a conteggiare il proprio introito di sodio giornaliero, analizziamo qualche cibo in maniera più specifica. Un panino al prosciutto confezionato, composto di pane bianco, sottiletta di formaggio e prosciutto, può contenere tra i 1000 e i 2000 milligrammi di sodio. Un vasetto di fagioli in scatola può contenere tra 1200 e i 2400 milligrammi di sodio. Per limitarne l’assunzione è consigliabile preferire cotture casalinghe o risciacquare i legumi confezionati nel colino sotto l’acqua corrente. Accorgimenti di questo tipo possono ridurre l’assunzione di sodio fino al 40%. Quante proteine mangiare al giorno L’apporto proteico è un aspetto molto variabile, a seconda di condizioni quali l’età, il livello di attività fisica e lo stato di salute individuale. In via generale, per adulti sedentari l’OMS raccomanda 1 grammo di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Per esempio, una persona di 70kg dovrebbe consumare circa 56 grammi di proteine. Per avere un’idea delle quantità, teniamo in considerazione che un uovo grande contiene 6-8 grammi di proteine, mentre due filetti di pollo contengono circa 30 grammi di proteine. Nella scelta delle proteine, sono preferibili carni magre come pollo, tacchino, coniglio da agricoltura biologica e pesce (in particolare quello ricco di omega tre). Altri aspetti del nostro modo di mangiare da tenere in considerazione per agire sull’ipertensione arteriosa sono l’assunzione di grassi saturi e trans, l’alcol e la frutta. Partendo dai grassi è bene limitare grassi saturi presenti in carni grasse, burro e formaggi grassi, ma anche i grassi trans presenti in prodotti da forno confezionati e in cibi fritti sono da evitare.Passando all’argomento della frutta, è consigliabile assumerla ma con moderazione; è sconsigliato non mangiarla dopo i pasti e non superare i due frutti al giorno. Il consumo di alcol infine, non deve superare la quantità di un bicchiere al die. L’immagine di un piatto ideale per i pasti di pranzo e cena dovrebbe comporsi come segue: 50% di proteine, 50% di carboidrati suddivisi in 25% di verdure fresche e 25% di
Sindrome metabolica
Home » Blog » Sindrome metabolica SINDROME METABOLICA SINDROME METABOLICA “UN PASSO AVANTI O UN PASSO INDIETRO?” NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Pubblicato il: 2 agosto 2024 La sindrome metabolica La sindrome metabolica è una condizione clinica diffusa e in aumento nell’era post-covid. Si tratta di uno sbilanciamento del metabolismo generale, e in particolare di quello glico-lipidico. Senza un adeguato intervento, la sindrome metabolica può comportare lo sviluppo di malattie cardiovascolari croniche come il diabete mellito di tipo II, l’ipertensione arteriosa e la steatosi epatica non alcolica (una malattia del fegato). Si parla di questa sindrome quando una persona presenta almeno tre dei seguenti criteri: Sovrappeso corporeo (in particolare la presenza di grasso addominale) Glicemia a digiuno elevata Pressione arteriosa sistolica elevata Livelli elevati di trigliceridi (TGL) Bassi livelli di colesterolo buono (HDL) Aumenti dei livelli di acido urico Analizzando in particolare la questione del sovrappeso corporeo, questo può essere determinato dal Body Mass Index (BMI). Sebbene il BMI non sia uno dei criteri diagnostici diretti della sindrome metabolica, l’indice è strettamente connesso all’obesità addominale. Vediamo insieme come calcolarlo: Cause della sindrome metabolica Le cause che possono portare allo sviluppo della sindrome metabolica sono molteplici, in parte dipendono dalla predisposizione genetica ma sono legate soprattutto all’epigenetica. L’epigenetica è la scelta di uno stile di vita poco sano, basato sulla sedentarietà, il sovrappeso corporeo ed un’alimentazione ricca di zuccheri, tutte cause di un possibile sviluppo di resistenza all’insulina ed adiposità addominale. Il tessuto adiposo produce sostanze e ormoni in grado di sbilanciare il metabolismo degli zuccheri e quindi a causare insulino-resistenza. La presenza di queste condizioni non riconosciute e quindi non trattate può portare allo sviluppo del diabete mellito senza poi possibilità di recupero. Un passo avanti o uno indietro? Con “un passo indietro” si intende una modifica allo stile di vita, piccole scelte quotidiane che possono prevenire lo sviluppo di malattie gravi e la conseguente necessità di assumere farmaci in modo cronico. “Un passo avanti” rappresenta invece la decisione di non modificare lo stile di vita e quindi l’elevata probabilità di assumere farmaci per sempre. Il passo in avanti è solitamente fatto quando i fattori di rischio come l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia e il diabete mellito II diventano Malattie: malattie cardiovascolari invalidanti quali l’infarto miocardico, l’ictus, la malattia renale e la malattia vascolare. Un consiglio che mi sento di dare è quello di fare “un passo indietro” e prendere quotidianamente le scelte giuste per non ammalarci. Una volta sviluppata la malattia infatti, risulta molto più complicato riuscire a tornare a un soddisfacente stato di salute. La scelta del “passo avanti” comporta lo sviluppo di un’infiammazione cronica, quindi è come se l’apparato vascolare, il metabolismo e il sistema immunitario si trovassero ingaggiati in una guerra perenne. Questa condizione patologica si trova alla base del rischio cardiovascolare residuo, che ora illustrerò in modo più specifico. In una persona che abbai da tempo fattori di rischio cardiovascolari (come quelli precedentemente menzionati), sembra che l’approccio farmacologico non sia più sufficiente a riportare il rischio cardiovascolare ai valori iniziali. Dunque, una volta attivata e perpetuata, l’infiammazione può portare a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari indipendentemente dal corretto utilizzo dei farmaci. La malattia ha una grande probabilità di essere evitata attraverso la scelta di stili di vita sani, ma esiste anche una percentuale più bassa di malattia, a forte espressione genetica, che è difficilmente modificabile dall’epigenetica. Il trattamento della sindrome metabolica È necessario un approccio personalizzato per valutare su quale degli aspetti clinici la persona sia più sbilanciata. L’obiettivo è quello di trovare insieme al paziente un piano di modifiche da apportare allo stile di vita, che sia realizzabile rispetto alla sua quotidianità lavorativa e personale, sviluppando una vera e propria analisi di fattibilità “a gradini”. I principali approcci terapeutici alla sindrome metabolica sono il controllo dell’alimentazione e l’attività motoria. Partendo dall’alimentazione è necessario impostare un regime alimentare equilibrato, che presti attenzione alla quantità e alla qualità dei carboidrati assunti. In questo contesto i consigli sono quelli di ridurre le tre “P” (pane, pasta e pizza), e scegliere cereali ricchi in chicchi e farine integrali (se si soffre di sindrome del colon irritabile possono essere utilizzate anche farine semi-integrali). In relazione all’alimentazione è assolutamente necessario approfondire i concetti di indice glicemico e amido-resistenza degli alimenti. Tenere in considerazione questi due aspetti permetterà di mangiare con minori restrizioni e con minori effetti negativi sulla salute. INDICE GLICEMICO (IG)L’indice glicemico è una misura che classifica i carboidrati contenuti negli alimenti in base al loro effetto sui livelli di glucosio nel sangue. L’IG rappresenta la velocità con cui un carboidrato specifico viene digerito, assorbito e metabolizzato, portando conseguentemente a un determinato aumento della glicemia. La scala dell’indice glicemico degli alimenti varia da 0 a 100, considerando bassi i valori sotto i 55 (come lenticchie, ceci, mele, avena e farro) e alti i valori superiori a 70 (come pane bianco, riso bianco, patate al forno, anguria). Per ridurre l’IG è consigliato ingerire alimenti ricchi di fibra, la quale rallenta l’assorbimento dei carboidrati, evitando di causare picchi glicemici. Inoltre, si dovrebbe comporre il pasto in modo equilibrato. Come proposto nell’articolo precedente, un piatto ben bilanciato si compone per il 50% di proteine, per il 25% di carboidrati delle verdure e per il restante 25% di cereali. Un ultimo consiglio è quello di propendere per frutti meno maturi come le banane semi-verdi, perché rispetto a quelli più maturi presentano un IG inferiore. AMIDO-RESISTENZAL’amido-resistenza è la capacità di alcuni tipi di amido di resistere alla digestione e all’assorbimento nell’intestino tenue, passando immediatamente all’intestino crasso. In questo contesto gli alimenti vengono fermati dalla flora intestinale producendo acidi grassi.Diamo qualche esempio: quando riso, pasta e patate vengono cotti e raffreddati, una parte dell’amido contenuto si trasforma nella forma amido-resistente. Questa forma è meno digeribile nell’intestino