Protocollo cardio-metabolico
Home » Blog » Protocollo cardio-metabolico Protocollo cardio-metabolico: PROTOCOLLO CARDIO-METABOLICO: SEZIONE ATTIVITÀ MOTORIA NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Sindrome metabolica e motoria: “un passo avanti e uno indietro” 2 agosto 2024 Pubblicato il: 24 giugno 2025 L’intervento motorio all’interno del protocollo cardio-metabolico rappresenta una strategia fondamentale per la gestione e la prevenzione delle patologie metaboliche. I principali obiettivi includono la riduzione del rischio cardiovascolare, il miglioramento del controllo glicemico, la diminuzione della massa grassa viscerale, la prevenzione e il contrasto della sarcopenia, dell’osteopenia e dell’osteoporosi, oltre a un generale incremento della qualità della vita. Secondo le più recenti linee guida internazionali, tra cui quelle dell’American College of Sports Medicine (2023), dell’American Diabetes Association (2024) e della European Society of Cardiology (2023), l’attività fisica destinata a soggetti in sovrappeso o con patologie cardio-metaboliche deve essere personalizzata, progressiva e sostenibile nel lungo termine. Ogni intervento deve quindi essere costruito su misura, tenendo conto delle condizioni cliniche, delle capacità funzionali e delle esigenze specifiche della persona. Tipologie di allenamento raccomandate Un programma motorio efficace dovrebbe sempre prevedere due componenti fondamentali: l’attività aerobica e l’allenamento contro resistenza. L’attività aerobica ha come obiettivi principali il miglioramento della funzione cardiovascolare, la riduzione del grasso viscerale, l’abbassamento dei livelli glicemici e della pressione arteriosa. Per essere efficace, dovrebbe essere svolta con una frequenza settimanale compresa tra 150 e 300 minuti se a intensità moderata, oppure tra 75 e 150 minuti se a intensità vigorosa. L’intensità consigliata è generalmente compresa tra il 50 e il 70% della frequenza cardiaca massima, da calcolare con formule appropriate o tramite test specifici come quello della soglia ventilatoria. Le attività più adatte in questo contesto comprendono la camminata veloce, l’uso della cyclette, l’ellittica, il nuoto, il ballo a ritmo moderato e la marcia in piano. La seconda componente, ovvero gli esercizi contro resistenza, si concentra sul miglioramento della massa muscolare, sull’incremento della sensibilità insulinica e sulla prevenzione della riduzione della densità ossea. Questo tipo di esercizio dovrebbe essere eseguito almeno due volte a settimana, con movimenti funzionali e multiarticolari come squat a corpo libero, piegamenti o esercizi eseguiti con elastici e piccoli attrezzi. È fondamentale che la resistenza venga modulata in modo progressivo e sempre adeguato al livello di partenza del paziente. Personalizzazione dell’allenamento Ogni piano di attività fisica deve essere accuratamente personalizzato sulla base delle caratteristiche individuali del paziente. È importante valutare l’anamnesi clinica, il livello di allenamento pregresso, la composizione corporea, l’eventuale presenza di limitazioni funzionali e, non meno rilevante, il livello di motivazione personale. In linea generale, si possono individuare due principali categorie di pazienti, ciascuna con esigenze e approcci differenti. La prima categoria comprende persone sedentarie e con un marcato sovrappeso, che non hanno mai svolto attività fisica e presentano un eccesso ponderale significativo. Per questi soggetti è indicata una fase iniziale che includa esercizi di mobilizzazione articolare sia attiva che passiva, tecniche di respirazione guidata, attività aerobica molto leggera come la marcia assistita o l’uso della cyclette a bassa resistenza, ed esercizi contro resistenza con carichi minimi, preferibilmente elastici leggeri o esercizi a corpo libero svolti sotto supervisione. L’obiettivo in questa fase è quello di aumentare gradualmente la capacità funzionale e la tolleranza allo sforzo. La seconda categoria è composta da pazienti già parzialmente attivi o che, pur essendo in sovrappeso, non presentano limitazioni funzionali gravi. Questi individui possono affrontare da subito un programma misto che comprenda attività aerobica moderata, come camminata sostenuta, nuoto, cyclette o ballo, abbinata a esercizi contro resistenza svolti con il proprio peso corporeo, piccoli pesi o elastici. In questo caso, lo scopo è ottimizzare il metabolismo muscolare, favorire la riduzione del grasso viscerale e rafforzare il sistema muscolo-scheletrico. Cenni su alimentazione e integrazione All’interno del protocollo cardio-metabolico, l’alimentazione riveste un ruolo di pari importanza rispetto all’attività fisica. Una corretta strategia nutrizionale è essenziale per supportare lo sforzo fisico, favorire la ricomposizione corporea e contribuire al miglioramento dei parametri metabolici. In ambito clinico si osserva spesso una carenza di proteine nell’alimentazione di questi pazienti, nonostante il ruolo cruciale che questo macronutriente svolge nel mantenimento della massa muscolare e nell’efficienza del metabolismo. È quindi necessario garantire un adeguato apporto proteico quotidiano. Le attuali indicazioni suggeriscono un’assunzione pari a circa 1,5 grammi di proteine per chilogrammo di peso corporeo ideale al giorno, distribuite su almeno tre pasti principali. Nei soggetti anziani, sarcopenici o con fabbisogno aumentato, si può arrivare a un’assunzione giornaliera compresa tra 1,6 e 2,0 grammi per chilogrammo, sempre sotto attento controllo medico. In alcuni casi, può essere indicata un’integrazione mirata con aminoacidi essenziali, in particolare con leucina, che ha dimostrato di stimolare direttamente la sintesi proteica muscolare. L’assunzione può avvenire prima o dopo l’attività fisica, con dosaggi orientativi tra gli 8 e i 10 grammi, da definire insieme al medico o al nutrizionista. L’uso di proteine del siero del latte (whey protein) può rappresentare una soluzione efficace e pratica per incrementare l’apporto proteico complessivo giornaliero. Tutte le indicazioni relative all’alimentazione e all’integrazione devono sempre essere personalizzate e discusse con professionisti qualificati, come dietisti, nutrizionisti o medici. Solo attraverso un approccio integrato, multidisciplinare e centrato sulla persona è possibile ottenere risultati concreti e duraturi nella gestione del rischio cardio-metabolico. NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025
Microbiota intestinale
Home » Blog » Microbiota intestinale Microbiota intestinale: Microbiota intestinale: E LA SALUTE CARDIOVASCOLARE NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Pubblicato il: 12 agosto 2025 Negli ultimi anni, il microbiota intestinale è diventato uno dei protagonisti più studiati nella medicina preventiva e nella comprensione della salute umana. Questa comunità di miliardi di microrganismi che vive nel nostro intestino non si limita a facilitare la digestione: partecipa attivamente alla regolazione dell’infiammazione, della risposta immunitaria e, sorprendentemente, anche alla salute cardiovascolare. Il meccanismo alla base dell’invecchiamento delle arterie si chiama aterosclerosi. Si tratta di un processo infiammatorio cronico e progressivo, spesso innescato — o accelerato — da fattori di rischio ben noti come il fumo, il diabete e l’ipertensione non controllata. Ma non sono gli unici colpevoli. Nella mia pratica clinica mi succede non di rado di valutare pazienti con ateromasia carotidea e/o coronarica che non presentano i classici fattori di rischio. È quindi naturale chiedersi: perché alcune persone sviluppano comunque malattie cardiovascolari? Una delle risposte più attuali viene proprio dal microbiota intestinale, che — in condizioni di squilibrio — può alimentare un’infiammazione sistemica silente, contribuendo allo sviluppo e alla progressione dell’aterosclerosi. Disbiosi e infiammazione sistemica: quando l’intestino parla al cuore Il legame tra microbiota e cuore passa soprattutto attraverso la disbiosi, ovvero un’alterazione dell’equilibrio tra le diverse specie batteriche intestinali. Quando questo equilibrio si rompe, aumenta la permeabilità della barriera intestinale, permettendo a molecole pro-infiammatorie come i lipopolisaccaridi (LPS) di entrare nel circolo sanguigno. Questo processo attiva una risposta infiammatoria cronica, che può contribuire all’insorgenza dell’aterosclerosi, anche in assenza di altri fattori di rischio evidenti. TMAO: il metabolita che collega intestino e cuore Uno degli esempi più studiati di questa connessione è il TMAO (trimetilammina-N-ossido). Si tratta di un metabolita prodotto dal fegato a partire dalla trimetilammina (TMA), che i batteri intestinali generano metabolizzando colina e carnitina — in pazienti con regimi alimentari poveri di fibre. Elevati livelli di TMAO nel sangue sono stati associati a un maggior rischio di infarto, ictus e mortalità cardiovascolare. Il motivo? Il TMAO promuove l’infiammazione delle pareti vascolari, favorisce la formazione di placche e aumenta il rischio di trombosi. Il microbiota dei pazienti cardiovascolari è diverso Diversi studi hanno evidenziato che le persone affette da malattie cardiovascolari presentano un microbiota intestinalmente alterato: si riscontra spesso una diminuzione di batteri benefici come Faecalibacterium prausnitzii e Roseburia, e un aumento di specie potenzialmente pro-infiammatorie come Streptococcus ed Enterobacteriaceae. In alcuni casi è stato perfino rilevato DNA batterico all’interno delle placche aterosclerotiche, segno di un possibile coinvolgimento diretto nella patologia. Le arterie e l’intestino invecchiano insieme? Un recente studio dell’Università di Zurigo ha confermato che il microbiota intestinale partecipa attivamente anche ai processi di invecchiamento vascolare. In particolare, si è scoperto che il fenilacetico acido (PAA) — un metabolita derivato dalla fermentazione della fenilalanina da parte di alcuni batteri — si accumula con l’età e induce senescenza delle cellule endoteliali, cioè delle cellule che rivestono i vasi sanguigni. Il risultato è una perdita di elasticità e funzionalità vascolare. Parallelamente, è stato osservato che in soggetti anziani diminuiscono i livelli di acidi grassi a catena corta (SCFA) come l’acetato, che svolgono un’azione protettiva sull’endotelio. In laboratorio, la somministrazione di acetato ha mostrato di ripristinare in parte la funzione vascolare, suggerendo nuove strade terapeutiche. Non tutti i batteri fanno male: SCFA e protezione vascolare Un microbiota sano produce metaboliti benefici come il butirrato, un SCFA in grado di ridurre l’infiammazione, rafforzare la barriera intestinale e regolare la pressione arteriosa. Quando questo equilibrio si perde, la produzione di SCFA cala, lasciando spazio a uno stato infiammatorio cronico che danneggia le arterie. Verso una medicina più personalizzata Il microbiota rappresenta oggi un nuovo biomarcatore di rischio cardiovascolare. La misurazione di metaboliti come il TMAO può aiutare a identificare pazienti a rischio prima che compaiano sintomi clinici. In alcuni centri di ricerca, come l’IMIBIC in Spagna, si stanno sviluppando algoritmi predittivi basati sulla composizione microbica e sull’intelligenza artificiale per personalizzare sempre più la prevenzione cardiovascolare. Cosa possiamo fare: dieta, probiotici e terapie mirate La buona notizia è che il microbiota si può modulare. La strategia più semplice ed efficace è quella alimentare: una dieta ricca di fibre favorisce lo sviluppo di batteri benefici e la produzione di SCFA. Anche probiotici e prebiotici possono aiutare, ma vanno assunti con criterio e sotto supervisione specialistica: non tutti sono uguali e non tutti funzionano allo stesso modo. La ricerca farmacologica, nel frattempo, sta studiando inibitori mirati per ridurre la produzione di TMAO, agendo direttamente sul metabolismo dei batteri intestinali. Conclusioni Il microbiota intestinale si sta rivelando un attore centrale anche nella salute cardiovascolare. Conoscerlo, monitorarlo e modularlo rappresenta oggi una nuova frontiera della medicina, ma anche un’opportunità concreta per prevenire e trattare le malattie del cuore. Prendersi cura dell’intestino, oggi più che mai, significa prendersi cura del proprio cuore. NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025
Sarcopenia
Home » Blog » Sarcopenia Sarcopenia: MUSCOLO,CUORE E OSSA PARLANO LA STESSA LINGU NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Pubblicato il: 20 luglio 2025 La sarcopenia, ovvero la perdita di massa muscolare, può colpire sia uomini che donne a qualsiasi età. Tuttavia, diventa più frequente nelle donne in menopausa, a causa dei cambiamenti ormonali, e negli anziani di entrambi i sessi, per effetto del naturale invecchiamento e di variabili come un’alimentazione squilibrata, in particolare povera di proteine. La sarcopenia rappresenta un vero e proprio fattore di rischio per la salute globale: muscolare, metabolica, scheletrica e cardiovascolare. Il muscolo: l’organo della longevità Il muscolo è un organo chiave per la salute metabolica ed è considerato l’organo della “longevità”. Il muscolo scheletrico non serve solo per muoverci: è un tessuto metabolicamente attivo, coinvolto nella regolazione del metabolismo del glucosio, degli acidi grassi e dell’insulina. Quando la massa muscolare si riduce, il metabolismo rallenta e aumenta il rischio di insulino-resistenza, diabete di tipo 2 e accumulo di grasso viscerale. Questo circolo vizioso si accentua nelle donne in menopausa, a causa del calo degli estrogeni, che ha effetti negativi sia sul muscolo che sull’osso. Sarcopenia, osteoporosi e fragilità: tre volti della stessa sindrome La sarcopenia è spesso associata a osteopenia o osteoporosi: meno muscolo significa meno stimolo meccanico sull’osso e maggiore rischio di fratture da fragilità. Studi recenti dimostrano che la perdita di massa muscolare è fortemente correlata a una ridotta densità minerale ossea, in particolare nel periodo postmenopausale. Muscolo e cuore: un legame di ferro Un aspetto ancora poco considerato è la relazione tra massa muscolare e salute cardiovascolare. Le donne con sarcopenia presentano un rischio maggiore di calcificazioni coronariche e rigidità vascolare, due indicatori precoci di malattia aterosclerotica silente. In altre parole, meno muscolo può significare più placca nelle arterie. Il ruolo del cortisolo: lo stress che consuma Non possiamo infine trascurare l’effetto dello stress cronico e del suo principale mediatore, il cortisolo. Questo ormone ha un’azione catabolica: favorisce la degradazione del muscolo e ne ostacola la rigenerazione. Nella donna in perimenopausa, spesso sottoposta a molteplici carichi (lavoro, famiglia, cambiamenti fisici ed emotivi), i livelli di cortisolo possono restare cronicamente elevati, accelerando la perdita muscolare. Come evitare o migliorare la sarcopenia? Il trattamento si basa su due strategie principali. Da un lato, l’attività fisica regolare, in particolare gli esercizi contro resistenza e con carichi progressivi, che stimolano direttamente la sintesi muscolare. Dall’altro, un supporto nutrizionale mirato, che prevede un adeguato apporto proteico giornaliero di circa 1,5 grammi per chilogrammo di peso corporeo, l’integrazione con aminoacidi essenziali — tra cui la leucina — in quantità pari a 8-10 grammi al giorno, e l’eventuale utilizzo di derivati come l’idrossi-metilbutirrato (HMB) e la creatina, sostanze utili al mantenimento e alla ricostruzione della massa muscolare. In conclusione Nell’ambulatorio cardio-metabolico-motorio, valutare precocemente la composizione corporea e intervenire su movimento, alimentazione, integrazione e gestione dello stress significa agire non solo contro la sarcopenia, ma favorire una longevità funzionale e consapevole nei pazienti. NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025
Tessuto adiposo epicardico
Home » Blog » Tessuto adiposo epicardico tessuto adiposo epicardico: TESSUTO ADIPOSO epicardico: ANCHE IL CUORE PUÒ INGRASSARE NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Pubblicato il: 5 maggio 2025 Il nostro cuore è avvolto dal grasso, che può rappresentare fino al 20% del peso totale del muscolo. Si tratta di una componente fondamentale, ma potenzialmente pericolosa quando aumenta troppo.Il cuore è dotato di un “airbag” naturale, costituito dal tessuto adiposo epicardico. Come i cuscini salvavita delle auto, questo strato di grasso protegge il cuore dagli urti meccanici, contribuendo a stabilizzare le arterie coronarie e prevenendo spostamenti che potrebbero compromettere il ritmo cardiaco. Ma le sue funzioni sono anche altre: fornisce energia al cuore, lo isola termicamente per mantenerlo caldo e produce sostanze chimiche che regolano il metabolismo cardiaco. Tuttavia, in caso di patologie come sovrappeso, obesità o diabete di tipo 2, può aumentare troppo e rilasciare molecole infiammatorie dannose. Fa parte di quello viscerale «Il tessuto adiposo epicardico fa parte del grasso viscerale, quello che si accumula intorno agli organi interni (fegato, pancreas, reni, intestino)», spiega la dottoressa Laura Grassi, cardiologa del Poliambulatorio Chirurgico Modenese. È ormai noto che il grasso viscerale è più pericoloso per la salute rispetto a quello sottocutaneo, perché può rilasciare molecole infiammatorie che aumentano il rischio di malattie metaboliche, cardiovascolari e oncologiche. Di cosa è composto Le sue cellule, gli adipociti, contengono trigliceridi, la nostra principale riserva energetica.«Quando mangiamo carboidrati, questi vengono digeriti e trasformati in glucosio, che entra nel flusso sanguigno», racconta l’esperta. «L’aumento dei livelli di glucosio nel sangue stimola a sua volta la produzione di insulina, l’ormone pancreatico che facilita l’assorbimento del glucosio da parte delle cellule per utilizzarlo come energia». Se l’assunzione di carboidrati è eccessiva e il glucosio nel sangue è abbondante, il corpo non necessita di tutta quell’energia immediata: a quel punto, l’insulina stimola il fegato a convertire l’eccesso di glucosio in trigliceridi, che vengono immagazzinati nel tessuto adiposo come una scorta di emergenza. «Alla lunga, questo meccanismo innesca un circolo vizioso e sfocia nell’insulino-resistenza, una condizione dove le cellule del corpo diventano meno sensibili all’azione dell’insulina», evidenzia la dottoressa Grassi. «In risposta, il corpo ne produce di più per cercare di superare la resistenza e questo porta a un aumento dell’insulina nel sangue, che può avere diverse conseguenze sulla salute e favorisce l’accumulo di grasso, in particolare a livello viscerale». Come si può misurare Il metodo più accurato per misurare il grasso epicardico è la TC: «Non a caso, l’eccesso di questo tessuto adiposo rappresenta spesso il riscontro occasionale di una TC del torace eseguita per altri motivi», tiene a precisare la dottoressa Grassi. «Logicamente, non avrebbe senso sottoporsi a questo esame solo per capire quanto è “grasso” il nostro cuore. Un cardiologo può fornire qualche indicazione con l’ecocardiogramma, in particolare durante la proiezione sottocostale, dove la sonda viene posizionata appena sotto il margine inferiore delle costole». Ma il modo più semplice per sospettare un eccesso di tessuto adiposo epicardico è misurare la circonferenza vita, che non dovrebbe superare gli 80 centimetri nelle donne e i 94 centimetri negli uomini. Qual è il legame? «La circonferenza vita è un importante indicatore della salute metabolica e può essere utilizzato per valutare il grasso viscerale», indica l’esperta. «Se c’è la classica “pancetta” è facile che anche il cuore abbia del grasso di troppo». In aggiunta, poi, possiamo dosare nel sangue glicemia e insulinemia per capire i danni che quel tessuto adiposo sta creando al nostro metabolismo. Quali sono le conseguenze Il tessuto adiposo epicardico non compromette la funzione cardiaca in termini meccanici, ma agisce in termini metabolici. «Come il restante grasso viscerale, produce una serie di molecole che hanno effetti infiammatori e possono aumentare l’infiammazione sistemica, danneggiando i vasi sanguigni e i vari organi», avverte Grassi. Le conseguenze sono tante: aumento dei livelli di trigliceridi (TGL), abbassamento delle HDL, aumento di colesterolo LDL ed acido urico, formazione di placche aterosclerotiche nelle arterie, malfunzionamento nel sistema di regolazione dell’appetito, maggiore rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e oncologiche. Come si tratta Per far “dimagrire” il nostro cuore, ma in generale per perdere grasso viscerale, è necessario adottare un approccio che combini diverse modifiche nello stile di vita. Per prima cosa, bisogna curare la dieta: riduciamo l’assunzione complessiva dei carboidrati preferendo quelli complessi (come legumi e cereali integrali) ai semplici (zucchero, dolci, biscotti) ed inseriamo in ogni pasto una adeguata quota di fibre e di proteine. La scelta equilibrata di questi tre macronutrienti aiuterà a mantenere più basso e stabile il livello dello zucchero nel sangue. Insieme, aumentiamo l’attività fisica: dedicarci a esercizi aerobici come camminare, correre o nuotare per almeno 150 minuti alla settimana aiuta a bruciare grassi e calorie, mentre l’allenamento di resistenza (sollevamento pesi o esercizi a corpo libero) stimola la costruzione muscolare, migliorando il metabolismo e favorendo la riduzione del grasso viscerale. Anche una buona gestione dello stress è un fattore cruciale: l’eccesso di cortisolo, il noto ormone dello stress, può incentivare l’accumulo di grasso viscerale, quindi pratiche come la meditazione, lo yoga o semplici tecniche di respirazione profonda aiutano a bilanciare gli ormoni, migliorando la salute metabolica.Ultimo, ma non meno importante, è un sonno di qualità: una carenza di riposo notturno altera la produzione di ormoni come la leptina e la grelina, che controllano l’appetito, favorendo l’aumento di peso. Articolo a cura di Paola Rinaldi NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Altri articoli
Ipertensione arteriosa
Home » Blog » Ipertensione arteriosa IPERTENSIONE ARTERIOSA IPERTENSIONE ARTERIOSA “DALLA MISURAZIONE ALLO STILE DI VITA” NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Pubblicato il: 24 luglio 2024 Definizione e misurazione Si definisce ipertensione arteriosa la condizione per cui i valori della pressione sanguigna sono uguali o superiori a 140mmHg di sistolica e 90mmHg di diastolica. Questi valori devono essere rilevati prestando attenzione a diversi aspetti, partendo dalla posizione adottata. Per una corretta misurazione è consigliato sedersi in una posizione comoda, con il braccio posizionato su una superficie solida, come potrebbe essere un tavolo. È consigliato aspettare qualche minuto da quando si assume la posizione all’effettiva misurazione, evitando di avere fonti di agitazione vicine (come ad esempio il cellulare). Altri consigli per una corretta misurazione sono quelli di procedere a vescica vuota, e di eseguire più misurazioni a intervallo di qualche minuto in entrambi i lati, in quanto potrebbe presentarsi una differenza fisiologica fino a 10mmHg. Quando misurare la pressione arteriosa? I momenti della giornata in cui misurare la pressione sanguigna sono tre: a 10-15 minuti dal risveglio, verso metà pomeriggio e un’ultima volta prima di coricarsi. L’ipertensione border-line L’ipertensione border-line è una condizione in cui i valori della pressione sono al limite superiore alla norma, la pressione sistolica ha valori tra 130-138mmHg e la pressione diastolica tra 85-89mmHg. Stile di vita e ipertensione border-line La relazione esistente tra lo stile di vita adottato e l’ipertensione border-line è molto forte. Per questo motivo, una modifica dell’alimentazione, la riduzione del sale consumato, l’esercizio fisico regolare, la riduzione dello stress e il miglioramento della qualità del sonno sono aspetti significativi. Avere accortezza in queste scelte quotidiane ha un’elevata probabilità di riuscire a normalizzare i valori della pressione sanguigna in persone che soffrono di ipertensione lieve, mentre è in grado di abbassare i valori medi negli individui che riscontrano ipertensione di grado moderato-severo. Gli studi in letteratura hanno inoltre dimostrato che la pressione arteriosa sistolica può diminuire conseguente alla perdita di peso, si parla di circa 1mmHg per ogni chilogrammo perso. Per fare un esempio, supponiamo che una persona sia sovrappeso di circa 10Kg e inizi a sviluppare ipertensione arteriosa di tipo lieve (pressione sistolica 140hhMg e pressione diastolica 90mmHg). La perdita dei 10Kg di sovrappeso potrebbe portare a una riduzione di 10hhHg nella pressione arteriosa, così da riportare alla normalità i valori pressori senza l’utilizzo di farmaci. Un’alimentazione adatta ad abbassare i valori pressori Un consiglio generale per abbassare i valori pressori è quello di adottare un regime alimentare equilibrato. Vediamo insieme qualche consiglio per un’alimentazione equilibrata. Uno dei regimi raccomandati è il Dietary Approaches to Stop Hypertension (DASH) e prevede la consumazione di carboidrati e proteine di qualità, oltre a una limitazione nel consumo di sodio. Con “carboidrati di qualità” si intende la consumazione di cereali, preferibilmente integrali e in chicco, come riso integrale, quinoa, sorgo, avena, farro, orzo, miglio e pasta di grani antichi o integrale. Un buon consiglio è quello di limitare le tre “P”: pane, pasta e pizza. Questi cibi possono essere consumati liberamente se sono noti gli ingredienti di produzione, sarebbe bene infatti preferire l’utilizzo del lievito madre rispetto al lievito chimico e farine biologiche e integrali piuttosto che farine raffinate e della grande distribuzione. Carboidrati raffinati come pane bianco, dolci, bevande zuccherate, merendine confezionate e biscotti andrebbero invece evitati. Per “proteine di qualità” ci si riferisce invece a legumi, pesce preferibilmente azzurro e carni bianche. Anche limitare il consumo di sodio è di fondamentale importanza, dovrebbe infatti limitarsi a meno di 2300mg al die (circa un cucchiaino da caffè). Questa sostanza si trova in molti cibi confezionati e processati nella grande catena di distribuzione alimentare, come ad esempio brodi e zuppe in scatola, piatti pronti surgelati, salse, merendine salate, patatine, cracker ma anche nei salumi e nel fast-food in generale. Per provare a conteggiare il proprio introito di sodio giornaliero, analizziamo qualche cibo in maniera più specifica. Un panino al prosciutto confezionato, composto di pane bianco, sottiletta di formaggio e prosciutto, può contenere tra i 1000 e i 2000 milligrammi di sodio. Un vasetto di fagioli in scatola può contenere tra 1200 e i 2400 milligrammi di sodio. Per limitarne l’assunzione è consigliabile preferire cotture casalinghe o risciacquare i legumi confezionati nel colino sotto l’acqua corrente. Accorgimenti di questo tipo possono ridurre l’assunzione di sodio fino al 40%. Quante proteine mangiare al giorno L’apporto proteico è un aspetto molto variabile, a seconda di condizioni quali l’età, il livello di attività fisica e lo stato di salute individuale. In via generale, per adulti sedentari l’OMS raccomanda 1 grammo di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Per esempio, una persona di 70kg dovrebbe consumare circa 56 grammi di proteine. Per avere un’idea delle quantità, teniamo in considerazione che un uovo grande contiene 6-8 grammi di proteine, mentre due filetti di pollo contengono circa 30 grammi di proteine. Nella scelta delle proteine, sono preferibili carni magre come pollo, tacchino, coniglio da agricoltura biologica e pesce (in particolare quello ricco di omega tre). Altri aspetti del nostro modo di mangiare da tenere in considerazione per agire sull’ipertensione arteriosa sono l’assunzione di grassi saturi e trans, l’alcol e la frutta. Partendo dai grassi è bene limitare grassi saturi presenti in carni grasse, burro e formaggi grassi, ma anche i grassi trans presenti in prodotti da forno confezionati e in cibi fritti sono da evitare.Passando all’argomento della frutta, è consigliabile assumerla ma con moderazione; è sconsigliato non mangiarla dopo i pasti e non superare i due frutti al giorno. Il consumo di alcol infine, non deve superare la quantità di un bicchiere al die. L’immagine di un piatto ideale per i pasti di pranzo e cena dovrebbe comporsi come segue: 50% di proteine, 50% di carboidrati suddivisi in 25% di verdure fresche e 25% di
Sindrome metabolica
Home » Blog » Sindrome metabolica SINDROME METABOLICA SINDROME METABOLICA “UN PASSO AVANTI O UN PASSO INDIETRO?” NEWS Microbiota intestinale e la salute cardiovascolare 12 agosto 2025 Sarcopenia: muscolo, cuore e ossa parlano la stessa lingua 20 luglio 2025 Protocollo cardio-metabolico – sezione attività motoria 24 giugno 2025 Tessuto adiposo epicardico: anche il cuore può ingrassare 5 maggio 2025 Pubblicato il: 2 agosto 2024 La sindrome metabolica La sindrome metabolica è una condizione clinica diffusa e in aumento nell’era post-covid. Si tratta di uno sbilanciamento del metabolismo generale, e in particolare di quello glico-lipidico. Senza un adeguato intervento, la sindrome metabolica può comportare lo sviluppo di malattie cardiovascolari croniche come il diabete mellito di tipo II, l’ipertensione arteriosa e la steatosi epatica non alcolica (una malattia del fegato). Si parla di questa sindrome quando una persona presenta almeno tre dei seguenti criteri: Sovrappeso corporeo (in particolare la presenza di grasso addominale) Glicemia a digiuno elevata Pressione arteriosa sistolica elevata Livelli elevati di trigliceridi (TGL) Bassi livelli di colesterolo buono (HDL) Aumenti dei livelli di acido urico Analizzando in particolare la questione del sovrappeso corporeo, questo può essere determinato dal Body Mass Index (BMI). Sebbene il BMI non sia uno dei criteri diagnostici diretti della sindrome metabolica, l’indice è strettamente connesso all’obesità addominale. Vediamo insieme come calcolarlo: Cause della sindrome metabolica Le cause che possono portare allo sviluppo della sindrome metabolica sono molteplici, in parte dipendono dalla predisposizione genetica ma sono legate soprattutto all’epigenetica. L’epigenetica è la scelta di uno stile di vita poco sano, basato sulla sedentarietà, il sovrappeso corporeo ed un’alimentazione ricca di zuccheri, tutte cause di un possibile sviluppo di resistenza all’insulina ed adiposità addominale. Il tessuto adiposo produce sostanze e ormoni in grado di sbilanciare il metabolismo degli zuccheri e quindi a causare insulino-resistenza. La presenza di queste condizioni non riconosciute e quindi non trattate può portare allo sviluppo del diabete mellito senza poi possibilità di recupero. Un passo avanti o uno indietro? Con “un passo indietro” si intende una modifica allo stile di vita, piccole scelte quotidiane che possono prevenire lo sviluppo di malattie gravi e la conseguente necessità di assumere farmaci in modo cronico. “Un passo avanti” rappresenta invece la decisione di non modificare lo stile di vita e quindi l’elevata probabilità di assumere farmaci per sempre. Il passo in avanti è solitamente fatto quando i fattori di rischio come l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia e il diabete mellito II diventano Malattie: malattie cardiovascolari invalidanti quali l’infarto miocardico, l’ictus, la malattia renale e la malattia vascolare. Un consiglio che mi sento di dare è quello di fare “un passo indietro” e prendere quotidianamente le scelte giuste per non ammalarci. Una volta sviluppata la malattia infatti, risulta molto più complicato riuscire a tornare a un soddisfacente stato di salute. La scelta del “passo avanti” comporta lo sviluppo di un’infiammazione cronica, quindi è come se l’apparato vascolare, il metabolismo e il sistema immunitario si trovassero ingaggiati in una guerra perenne. Questa condizione patologica si trova alla base del rischio cardiovascolare residuo, che ora illustrerò in modo più specifico. In una persona che abbai da tempo fattori di rischio cardiovascolari (come quelli precedentemente menzionati), sembra che l’approccio farmacologico non sia più sufficiente a riportare il rischio cardiovascolare ai valori iniziali. Dunque, una volta attivata e perpetuata, l’infiammazione può portare a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari indipendentemente dal corretto utilizzo dei farmaci. La malattia ha una grande probabilità di essere evitata attraverso la scelta di stili di vita sani, ma esiste anche una percentuale più bassa di malattia, a forte espressione genetica, che è difficilmente modificabile dall’epigenetica. Il trattamento della sindrome metabolica È necessario un approccio personalizzato per valutare su quale degli aspetti clinici la persona sia più sbilanciata. L’obiettivo è quello di trovare insieme al paziente un piano di modifiche da apportare allo stile di vita, che sia realizzabile rispetto alla sua quotidianità lavorativa e personale, sviluppando una vera e propria analisi di fattibilità “a gradini”. I principali approcci terapeutici alla sindrome metabolica sono il controllo dell’alimentazione e l’attività motoria. Partendo dall’alimentazione è necessario impostare un regime alimentare equilibrato, che presti attenzione alla quantità e alla qualità dei carboidrati assunti. In questo contesto i consigli sono quelli di ridurre le tre “P” (pane, pasta e pizza), e scegliere cereali ricchi in chicchi e farine integrali (se si soffre di sindrome del colon irritabile possono essere utilizzate anche farine semi-integrali). In relazione all’alimentazione è assolutamente necessario approfondire i concetti di indice glicemico e amido-resistenza degli alimenti. Tenere in considerazione questi due aspetti permetterà di mangiare con minori restrizioni e con minori effetti negativi sulla salute. INDICE GLICEMICO (IG)L’indice glicemico è una misura che classifica i carboidrati contenuti negli alimenti in base al loro effetto sui livelli di glucosio nel sangue. L’IG rappresenta la velocità con cui un carboidrato specifico viene digerito, assorbito e metabolizzato, portando conseguentemente a un determinato aumento della glicemia. La scala dell’indice glicemico degli alimenti varia da 0 a 100, considerando bassi i valori sotto i 55 (come lenticchie, ceci, mele, avena e farro) e alti i valori superiori a 70 (come pane bianco, riso bianco, patate al forno, anguria). Per ridurre l’IG è consigliato ingerire alimenti ricchi di fibra, la quale rallenta l’assorbimento dei carboidrati, evitando di causare picchi glicemici. Inoltre, si dovrebbe comporre il pasto in modo equilibrato. Come proposto nell’articolo precedente, un piatto ben bilanciato si compone per il 50% di proteine, per il 25% di carboidrati delle verdure e per il restante 25% di cereali. Un ultimo consiglio è quello di propendere per frutti meno maturi come le banane semi-verdi, perché rispetto a quelli più maturi presentano un IG inferiore. AMIDO-RESISTENZAL’amido-resistenza è la capacità di alcuni tipi di amido di resistere alla digestione e all’assorbimento nell’intestino tenue, passando immediatamente all’intestino crasso. In questo contesto gli alimenti vengono fermati dalla flora intestinale producendo acidi grassi.Diamo qualche esempio: quando riso, pasta e patate vengono cotti e raffreddati, una parte dell’amido contenuto si trasforma nella forma amido-resistente. Questa forma è meno digeribile nell’intestino