Dott.ssa Laura Grassi Cardiologa

Microbiota intestinale:

Microbiota

intestinale:

E LA SALUTE CARDIOVASCOLARE

Pubblicato il: 12 agosto 2025

Negli ultimi anni, il microbiota intestinale è diventato uno dei protagonisti più studiati nella medicina preventiva e nella comprensione della salute umana. Questa comunità di miliardi di microrganismi che vive nel nostro intestino non si limita a facilitare la digestione: partecipa attivamente alla regolazione dell’infiammazione, della risposta immunitaria e, sorprendentemente, anche alla salute cardiovascolare. 
Il meccanismo alla base dell’invecchiamento delle arterie si chiama aterosclerosi. Si tratta di un processo infiammatorio cronico e progressivo, spesso innescato — o accelerato — da fattori di rischio ben noti come il fumo, il diabete e l’ipertensione non controllata. Ma non sono gli unici colpevoli. 
Nella mia pratica clinica mi succede non di rado di valutare pazienti con ateromasia carotidea e/o coronarica che non presentano i classici fattori di rischio. È quindi naturale chiedersi:  perché alcune persone sviluppano comunque malattie cardiovascolari? 
Una delle risposte più attuali viene proprio dal microbiota intestinale, che — in condizioni di squilibrio — può alimentare un’infiammazione sistemica silente, contribuendo allo sviluppo e alla progressione dell’aterosclerosi. 

Disbiosi e infiammazione sistemica: quando l’intestino parla al cuore 

Il legame tra microbiota e cuore passa soprattutto attraverso la disbiosi, ovvero un’alterazione dell’equilibrio tra le diverse specie batteriche intestinali. Quando questo equilibrio si rompe, aumenta la permeabilità della barriera intestinale, permettendo a molecole pro-infiammatorie come i lipopolisaccaridi (LPS)  di entrare nel circolo sanguigno. Questo processo attiva una risposta infiammatoria cronica, che può contribuire all’insorgenza dell’aterosclerosi, anche in assenza di altri fattori di rischio evidenti. 

TMAO: il metabolita che collega intestino e cuore

Uno degli esempi più studiati di questa connessione è il TMAO (trimetilammina-N-ossido). Si tratta di un metabolita prodotto dal fegato a partire dalla trimetilammina (TMA), che i batteri intestinali generano metabolizzando colina e carnitina — in pazienti con regimi alimentari poveri di fibre.  
Elevati livelli di TMAO nel sangue sono stati associati a un maggior rischio di infarto, ictus e mortalità cardiovascolare. Il motivo? Il TMAO promuove l’infiammazione delle pareti vascolari, favorisce la formazione di placche e aumenta il rischio di trombosi.

Il microbiota dei pazienti cardiovascolari è diverso 

Diversi studi hanno evidenziato che le persone affette da malattie cardiovascolari presentano un microbiota intestinalmente alterato: si riscontra spesso una diminuzione di batteri benefici come Faecalibacterium prausnitzii e Roseburia, e un aumento di specie potenzialmente pro-infiammatorie come Streptococcus ed Enterobacteriaceae. In alcuni casi è stato perfino rilevato DNA batterico all’interno delle placche aterosclerotiche, segno di un possibile coinvolgimento diretto nella patologia.

Le arterie e l’intestino invecchiano insieme?

Un recente studio dell’Università di Zurigo ha confermato che il microbiota intestinale partecipa attivamente anche ai processi di invecchiamento vascolare. In particolare, si è scoperto che il fenilacetico acido (PAA) — un metabolita derivato dalla fermentazione della fenilalanina da parte di alcuni batteri — si accumula con l’età e induce senescenza delle cellule endoteliali, cioè delle cellule che rivestono i vasi sanguigni. Il risultato è una perdita di elasticità e funzionalità vascolare. 

Parallelamente, è stato osservato che in soggetti anziani diminuiscono i livelli di acidi grassi a catena corta (SCFA) come l’acetato, che svolgono un’azione protettiva sull’endotelio. In laboratorio, la somministrazione di acetato ha mostrato di ripristinare in parte la funzione vascolare, suggerendo nuove strade terapeutiche. 

Non tutti i batteri fanno male: SCFA e protezione vascolare 

Un microbiota sano produce metaboliti benefici come il butirrato, un SCFA in grado di ridurre l’infiammazione, rafforzare la barriera intestinale e regolare la pressione arteriosa. Quando questo equilibrio si perde, la produzione di SCFA cala, lasciando spazio a uno stato infiammatorio cronico che danneggia le arterie. 

Verso una medicina più personalizzata 

Il microbiota rappresenta oggi un nuovo biomarcatore di rischio cardiovascolare. La misurazione di metaboliti come il TMAO può aiutare a identificare pazienti a rischio prima che compaiano sintomi clinici. In alcuni centri di ricerca, come l’IMIBIC in Spagna, si stanno sviluppando algoritmi predittivi basati sulla composizione microbica e sull’intelligenza artificiale per personalizzare sempre più la prevenzione cardiovascolare. 

Cosa possiamo fare: dieta, probiotici e terapie mirate 

La buona notizia è che il microbiota si può modulare. La strategia più semplice ed efficace è quella alimentare: una dieta ricca di fibre favorisce lo sviluppo di batteri benefici e la produzione di SCFA. 
Anche probiotici e prebiotici possono aiutare, ma vanno assunti con criterio e sotto supervisione specialistica: non tutti sono uguali e non tutti funzionano allo stesso modo. 
La ricerca farmacologica, nel frattempo, sta studiandoinibitori miratiper ridurre la produzione di TMAO, agendo direttamente sul metabolismo dei batteri intestinali. 

Conclusioni

Il microbiota intestinale si sta rivelando un attore centrale anche nella salute cardiovascolare. Conoscerlo, monitorarlo e modularlo rappresenta oggi una nuova frontiera della medicina, ma anche un’opportunità concreta per prevenire e trattare le malattie del cuore. 
Prendersi cura dell’intestino, oggi più che mai, significa prendersi cura del proprio cuore.